L’OPERA

La Vergine si mostra al popolo dei fedeli al centro di una tenda preziosa foderata di pelli di vaio, come un’apparizione, eppure viva e reale nella sua freschezza, poco più che adolescente, il volto incantevole, gli occhi leggermente a mandorla e la pelle chiara e luminosa.

I biondi capelli sono stretti in trecce sottili girate intorno al capo e trattenute da una fascia di leggero tessuto candido che gira sulla fronte perfetta e si incrocia con semplice eleganza passando dietro le orecchie.

I contorni purissimi del viso sono sottolineati dal segno sottile, ma netto di contorno: ha una sicurezza e un’incisività confrontabile solo con le più alte capacità espressive del disegno fiorentino, a cui Piero appare qui ancora fortemente legato.

Questo volto è di una bellezza che non ha confronti nella storia dell’arte: sa unire l’assoluta naturalezza di una semplice fanciulla di paese a qualcosa di regale, ma soprattutto di soprannaturale, forse per la luminosità perlacea dell’incarnato che sembra emanare luce propria.

È una donna come tutte le altre, incinta, giovanissima e immersa nell’attesa del nascituro che cambierà la sua vita, ma è anche la prescelta da Dio come strumento di redenzione.

L’immagine è un’esaltazione della maternità. Alta e bellissima nella sua gravidanza avanzata, resa evidente dalla posizione di tre quarti: la futura madre posa la mano destra con gesto protettivo sul corpo rigonfio che preannuncia l’arrivo del Salvatore e lo presenta all’adorazione dei fedeli.

Il realismo straordinario di questa figura giunge al punto tale che l’artista ha rappresentato la Madonna come un’immagine vera di gestante: con il rigonfiarsi del suo corpo ha allargato i lacci della veste mostrando il candore della camicia che corrisponde alla linea bianchissima della scollatura quadrangolare.

Per Antonio Paolucci (in “La Madonna del Parto 1993”), la Madonna del parto è l’esatta traduzione figurativa dell’Ave Maria “Benedicta tu es in mulieribus et benedictus fructus ventris tui”. Giustamente egli sottolinea la capacità di Piero della Francesca “di sacralizzare il vero e, allo stesso tempo, di dare al sacro l’evidenza di un naturalismo archetipo”

Altrettanto stretto sembra il riferimento all’invocazione di Dante nel canto XXXIII del Paradiso:

Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile et alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio;

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che l’suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.